Bioeconomia: in Italia vale 433 miliardi di euro e occupa oltre 2 milioni di addetti
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30 Giugno 2026

Un output di 433,3 miliardi di euro, in crescita del 2,7% rispetto all'anno precedente e un bacino occupazionale di oltre 2 milioni di addetti, con un'incidenza pari a circa il 10% sul totale delle attività economiche e al 7,6% dell'occupazione complessiva del Paese. Sono i risultati che, secondo il 12° Rapporto "La Bioeconomia in Europa" - realizzato dal Research Department di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster SPRING -  ha raggiunto nel 2025 la Bioeconomia italiana.

La Bioeconomia è l'insieme delle attività che utilizzano materie prime di origine biologica e rinnovabile: dall'agricoltura alla filiera alimentare, passando per il legno e la bioenergia, fino ai materiali bio-based impiegati in settori come moda, chimica, farmaceutica e arredo. Si tratta di un meta-settore trasversale che attraversa quasi tutte le filiere produttive e, proprio per questo motivo, rappresenta uno degli strumenti più attendibili per misurare la transizione verso un modello economico più sostenibile.

"Il metasettore continua a crescere, trainato soprattutto dalla filiera

agroalimentare, generando valore e nuova occupazione sull’intero territorio nazionale" ha commentato Fabio Fava, Professore ordinario presso la Scuola di Ingegneria dell'Alma Mater Studiorum Università di Bologna e Coordinatore del Gruppo di Coordinamento Nazionale Bioeconomia (GCNB) del Comitato Nazionale Biosicurezza, Biotecnologie e Scienza della Vita (CNBBSV). "Si conferma così la resilienza di un comparto che contribuisce concretamente alla decarbonizzazione, alla rigerenazione dei suoli e degli ecosistemi terrestri e marini e, nel caso italiano, alla valorizzazione di tante aree rurali, forestali e costiere".

La filiera del legno

La filiera del legno rappresenta una componente rilevante della Bioeconomia dell'intera Europa, ma in Italia il primatio è ancora più evidente. La Penisola è tra i pochi paesi del continente in cui la crescita della superficie forestale (+24% tra il 1990 e il 2025) si è accompagnata a un aumento dell'occupazione nella silvicoltura, salita del 56,9% tra il 2000 e il 2023. A valle della filiera, il nostro Paese mantiene un ruolo di assoluta leadership nella produzione di mobili, confermandosi nel 2025 primo in Europa per fatturato del settore, anche considerando la sola componente bio-based. Un risultato sostenuto dalla forza competitiva delle PMI dei distretti del legno-arredo, dove nel 2023 si concentrava il 45,7% degli addetti dell'intera filiera. Nella sola produzione di mobili la quota sale addirittura al 65%.

Anche sul piano della sostenibilità l'Italia mostra performance superiori alla media europea. Il settore del legno è infatti uno degli ambiti più avanzati nell'applicazione dei modelli di economia circolare: per gli imballaggi in legno il tasso di riciclo italiano si attesta al 64,9%, secondo solo alla Spagna (77,8%) e ben sopra la media UE27, ferma al 37,7%. Anche la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani in legno è cresciuta in modo significativo, con un incremento del 66,8% tra il 2014 e il 2024.

Materie prime seconde ancora poco diffuse

Accanto ai punti di forza, il Rapporto evidenzia anche quali siano gli ambiti in cui ci sono ancora forti margini di crescita. Sempre restando nella filiera legno-arredo, oltre la metà delle aziende del campione non utilizza materie prime seconde, cioè derivanti da riciclaggio, rigenerazione o trasformazione di prodotti e scarti già esistenti. Una quota consistente ne fa un uso solo parziale, mentre soltanto una percentuale residuale le impiega in modo sistematico e strutturato. Anche le imprese che già ricorrono a materie prime seconde tendono a farlo in modo autonomo, senza che questo si traduca in un modello coordinato lungo tutta la filiera.

Ancora più contenuta è la diffusione dell'ecodesign: solo il 6,1% delle imprese intervistate progetta i propri prodotti pensando alla riciclabilità e al disassemblaggio finale. Un dato che segnala come la transizione verso un'economia realmente circolare richieda ancora investimenti culturali e organizzativi, oltre che tecnologici.

A pesare sul settore contribuiscono inoltre le crescenti pressioni legate al cambiamento climatico, tra incendi, eventi estremi e parassiti, che negli ultimi anni hanno rallentato il ritmo di crescita della superficie forestale e rendono sempre più necessaria una gestione attiva e sostenibile dei boschi, tanto sul piano ambientale quanto su quello economico.

L'Italia tra i paesi più bio-based

Studiorum Università di Bologna e Coordinatore del Gruppo di Coordinamento Nazionale Bioeconomia (GCNB) del Comitato Nazionale Biosicurezza, Biotecnologie e Scienza della Vita (CNBBSV). "Si conferma così la resilienza di un comparto che contribuisce concretamente alla decarbonizzazione, alla rigerenazione dei suoli e degli ecosistemi terrestri e marini e, nel caso italiano, alla valorizzazione di tante aree rurali, forestali e costiere".

La spinta dell'innovazione

Guardando al quadro continentale, la Bioeconomia europea ha raggiunto nel 2025 un valore della produzione di 3.174 miliardi di euro nell'UE27, pari all'8,8% del totale dell'output comunitario, con oltre 17 milioni di addetti coinvolti. In termini assoluti la classifica vede al primo posto la Germania (553,7 miliardi di euro), seguita da Francia (444,2 miliardi), Italia (433,3 miliardi) e Spagna (331,3 miliardi).

Confrontando il peso della Bioeconomia sul totale dell'economia nazionale, Italia e Spagna superano nettamente la media europea, con un'incidenza rispettivamente del 9,9% e del 10,7%. La Germania in questo caso si ferma al 6,6%, meno della media dell'Ue (8,8%). Questo dato conferma una maggiore specializzazione del sistema produttivo italiano e spagnolo verso attività bio-based, in particolare grazie al peso storico dell'agroalimentare.

Anche sul fronte forestale il confronto europeo premia l'Italia: a fronte di una crescita media della superficie boschiva del +11% nell'UE27 tra il 1990 e il 2025, il nostro Paese ha registrato un +24%, più del doppio della media comunitaria. A livello europeo, va inoltre sottolineato come l'Unione resti sostanzialmente autonoma negli approvvigionamenti di materie prime legnose, con il legname grezzo importato che copre solo il 2% del fabbisogno stimato, sebbene negli ultimi anni l'uso del legno come combustibile sia cresciuto anche per effetto del conflitto in Ucraina. In questo scenario, la Polonia si distingue come il paese che più di altri ha rafforzato la propria posizione lungo tutte le fasi della catena del valore del legno.

Il ruolo strategico della Bioeconomia nel nuovo scenario geopolitico

Il Rapporto inquadra questi dati in un contesto geopolitico particolarmente delicato, segnato dalle tensioni in Medio Oriente e dalle ripercussioni sulle forniture di materie prime fossili che transitano dallo stretto di Hormuz. In questo scenario, la Bioeconomia assume un ruolo sempre più centrale non solo per gli obiettivi di sostenibilità ambientale, ma anche per la sicurezza economica e la riduzione delle dipendenze strategiche dell'Europa. "La sostituzione di materie prime di origine fossile, al centro dello sviluppo della Bioeconomia, rappresenta nel contesto attuale un obiettivo sempre più strategico e non soltanto di sostenibilità ambientale", ha sottolineato Stefania Trenti, Responsabile Industry and Local Economies Research di Intesa Sanpaolo

Le recenti iniziative europee, dal Clean Industrial Deal alla revisione della Bioeconomy Strategy, attribuiscono del resto alla Bioeconomia un ruolo centrale nella transizione ecologica e nella riduzione delle dipendenze strategiche dell'Unione. "Abbiamo un’opportunità concreta per mettere a terra misure che premino rapidamente i modelli virtuosi e sostengano la domanda di prodotti bio-based" ha evidenziato Catia Bastioli, Presidente del Cluster SPRING. La vera sfida, tuttavia, "è costruire una visione condivisa del futuro europeo".

Le leve da attivare per il futuro del settore

Per cogliere appieno le opportunità offerte da questo scenario, il Rapporto individua alcune direttrici di intervento prioritarie. La prima riguarda il rafforzamento delle filiere bio-based e circolari, attraverso un'integrazione più stretta tra le diverse fasi della catena del valore: dalla produzione della materia prima biologica alla sua trasformazione, fino al recupero e al riutilizzo degli scarti a fine vita. 

Un secondo fronte riguarda gli investimenti e l'innovazione, da sostenere con strumenti mirati a premiare rapidamente i modelli produttivi più virtuosi e a stimolare la domanda di prodotti bio-based. In questa direzione va anche la proposta di introdurre nuovi codici statistici dedicati alle bioraffinerie, utili a rendere più riconoscibile e tracciabile questo segmento produttivo, insieme a un maggiore supporto ai progetti territoriali che già oggi sperimentano modelli di economia circolare.

Il Rapporto sottolinea inoltre la necessità di migliorare l'integrazione tra territori e imprese, valorizzando il ruolo dei distretti produttivi e delle reti locali che rappresentano spesso il terreno più fertile per l'innovazione e la competitività. Infine, viene indicata come prioritaria la crescita delle competenze lungo tutta la catena del valore: dalla progettazione orientata alla riciclabilità e al disassemblaggio dei prodotti, ancora poco diffusa tra le imprese italiane, fino alle competenze tecniche necessarie per una gestione più attiva e sostenibile delle risorse forestali e agricole. Solo attraverso un dialogo più stretto tra Paesi, regioni, filiere produttive e mondo della ricerca, conclude il Rapporto, la Bioeconomia potrà affermarsi pienamente come asset strategico per la competitività e la resilienza dell'Europa.