Soia: in Europa è scontro sulla classificazione come materia prima ad alto rischio
soia
3 Giugno 2026

La Commissione Europea classifica l’olio di soia come materia prima ad alto rischio di cambiamento della destinazione dei suoli, prendendo in considerazione la produzione di biocarburanti. Una decisione che però compromette la sostenibilità economica dell’intera coltivazione, e non solo mette a rischio la produzione di mangimi, ma anche la sostenibilità economica delle aziende agricole. È l’allarme che lanciano sette grandi organizzazioni europee dell’agroalimentare (Copa-Cogeca, COCERAL, Donau Soja, EBB, Euroseeds, FEDIOL e FEFAC) che hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui chiedono di bloccare o ritirare il Regolamento Delegato 2026/2680.

Dai mangimi ai biocarburanti: cosa si ricava dalla soia

La lavorazione della soia (il crushing, o frantumazione) consente di ottenere due sottoprodotti: la farina (che rappresenta circa l’80% del peso del

legume) e l’olio di soia. La prima alimenta il settore mangimistico continentale. L’olio di soia invece, una volta raffinato, viene usato non solo a fini alimentari, ma anche per usi industriali, a iniziare dalla produzione di biocarburanti.

Cosa prevede il Regolamento Delegato 2026/2680

Il Regolamento Delegato 2026/2680 classifica l’olio di soia come materia prima ad alto rischio di cambiamento indiretto della destinazione dei suoli (ILUC) nell’ambito della Direttiva sulle Energie Rinnovabili (RED). La Commissione Europea quindi fa riferimento al solo utilizzo del legume per la produzione di biocarburanti, ma in questo modo – sostengono le sette associazioni – rischia di compromettere la sostenibilità dell’intera produzione.

La redditività economica della coltivazione, infatti, dipende da entrambi i sottoprodotti. Escludere l’olio di soia dalla produzione di biocarburanti significherebbe rendere non competitive numerose strutture di lavorazione europee, causando un calo drastico della domanda di soia coltivata in Europa e aumentando la dipendenza dalle importazioni di pasti proteici da Paesi terzi. Un effetto diametralmente opposto agli obiettivi di autonomia strategica che l’UE si è posta.

Il paradosso europeo

Le associazioni infatti mettono in evidenza quella che definiscono come una grave incoerenza tra due policy europee che si sovrappongono. Da un lato, la Commissione Europea sta lavorando attivamente per stimolare la produzione di proteine vegetali nell’UE, come dimostrano sia la Vision for Agriculture and Food che la proposta CMO II (2025/0237) dedicata al settore delle colture proteiche. Dall’altro, la classificazione ILUC dell’olio di soia rischia di minare alle fondamenta proprio quella filiera che si vorrebbe rafforzare. E il contrasto con le priorità strategiche dichiarate dall’Unione è ancora più evidente in un contesto geopolitico instabile, con mercati energetici volatili e relazioni commerciali in rapida evoluzione.

Il ruolo agronomico della soia

Oltre all’aspetto economico-strategico, la dichiarazione sottolinea il valore agronomico della coltivazione della soia nei sistemi agricoli europei. Le piante di soia arricchiscono il terreno grazie al processo della fissazione biologica dell’azoto. Di conseguenza riducono la necessità di fertilizzanti di sintesi, abbattendo i costi per gli agricoltori e diminuendo la dipendenza dell’Europa da prodotti sempre più costosi e difficili da reperire. La sua integrazione nelle rotazioni colturali contribuisce inoltre a migliorare la salute del suolo, rendendola una coltura chiave per la transizione verso sistemi agricoli più sostenibili e resilienti.

I dubbi sulla metodologia

Ma le associazioni arrivano a criticare la Commissione Europea anche per la metodologia utilizzata per determinare il rischio ILUC della soia. L’approccio di Bruxelles, infatti, presenterebbe lacune metodologiche serie e debolezze nei dati che richiedono una revisione approfondita per garantire risultati trasparenti, equi e non discriminatori.

In particolare, alcune scelte metodologiche avrebbero sovrastimato il reale impatto sull’uso del suolo. Parte dei dati utilizzati non è stata resa pubblica, sollevando gravi dubbi di trasparenza e rendendo impossibile la replica, ma secondo le associazioni sarebbero state conteggiate come aree coltivate a soia anche delle zone boschive. Anche la certificazione a basso rischio ILUC, teoricamente disponibile come alternativa, risulta di fatto inaccessibile a causa di criteri eccessivamente onerosi in termini amministrativi e finanziari per gli agricoltori.

Bloccare o ritirare il Regolamento

La dichiarazione si chiude con un appello formale e urgente: il Consiglio e il Parlamento Europeo devono opporsi all’adozione del Regolamento Delegato. In alternativa, la Commissione dovrebbe ritirare il provvedimento per consentire un riesame serio e approfondito della metodologia e delle scelte sui dati che hanno portato alla classificazione della soia come materia prima ad alto rischio ILUC.