Ogni dollaro investito per affrontare il cambiamento climatico e l'inquinamento atmosferico può generare circa 15 dollari di benefici economici. È quamnto emerge dal report pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP) insieme alla Climate and Clean Air Coalition (CCAC), che per la prima volta quantifica in modo integrato i guadagni economici, sanitari e agricoli di un'azione combinata su clima e qualità dell'aria. Il rapporto tra investimento e beneficio è più alto rispetto a quanto si otterrebbe affrontando i due fronti separatamente, e nel calcolo rientrano sia i guadagni di mercato, come la maggiore produttività del lavoro, sia i riflessi sociali, come la riduzione della mortalità prematura e il miglioramento della qualità della vita.
L'Europa parte in vantaggio
Il quadro europeo conferma la tendenza globale, seppure con proporzioni più contenute. Nell'area che comprende Unione Europea, Paesi EFTA e
Regno Unito, il rapporto tra benefici e costi si attesta a 3 a 1: per ogni euro investito in politiche integrate su clima e aria pulita, il ritorno economico stimato è di 3 euro. Un valore comunque solido, gli autori del report individuano tre ragioni precise.
Anzitutto decenni di politiche di controllo dell'inquinamento atmosferico hanno già intercettato gran parte dei guadagni disponibili, riducendo il moltiplicatore. In secondo luogo i danni legati al clima risultano proporzionalmente più contenuti alle latitudini più elevate, dove si colloca gran parte del continente. Infine restano meno misure a basso costo ancora da attuare, avendo l'Europa già percorso buona parte del cammino sulle tecnologie più economiche.
Le 25 soluzioni integrate individuate dal report spaziano dai trasporti all'energia fino all'agricoltura. Tra le più rilevanti figurano la transizione della generazione elettrica verso eolico, solare e idroelettrico, la diffusione dei veicoli elettrici, il passaggio a sistemi di cottura e riscaldamento domestico puliti in sostituzione dei combustibili solidi tradizionali, e, sul fronte agricolo, il contenimento delle emissioni di ammoniaca e metano legate all'allevamento e alla gestione dei liquami, insieme alla riduzione della combustione dei residui colturali. Nel loro insieme queste misure permetterebbero di evitare danni pari a circa l'1 per cento del PIL regionale entro il 2035 nelle diverse sotto-regioni europee. La cifra sale in modo significativo con l'orizzonte temporale: al 2100 si arriverebbe a circa il 4,5 per cento del PIL.
Un capitolo a parte riguarda l'ozono troposferico, che segue una traiettoria opposta rispetto al particolato fine PM2,5. Il rapporto proietta infatti un aumento dei picchi di concentrazione di ozono in alcune regioni, Unione Europea inclusa, anche laddove le emissioni locali diminuiscono grazie a una legislazione severa. L'ozono infatti risponde in modo marcato al trasporto atmosferico a lungo raggio e alle tendenze emissive globali, non solo a quelle locali. Ridurre in modo sostanziale l'ozono richiede quindi un'azione coordinata che vada oltre i confini regionali. A livello mondiale le 25 soluzioni indicate dal report permetterebbero comunque un taglio medio dei picchi di ozono del 48 per cento nel 2050 e del 78 per cento nel 2100.
Per l'agricoltura, clima e ozono si sommano
L'agricoltura è uno dei settori economici più esposti ai rischi climatici, ma anche uno dei più colpiti da un inquinante atmosferico spesso trascurato nel dibattito pubblico: l'ozono troposferico. Anche se il valore del danno complessivo evitabile grazie a una riduzione simultanea del cambiamento climatico e dell'esposizione all'ozono resta contenuto (si attesta allo 0,1 del PIL nel 2100 in tutte le regioni analizzate), il dato ha un valore tutt'altro che trascurabile se si considera l'ampiezza della base produttiva coinvolta.
Il modello utilizzato dai ricercatori, che riprende l'approccio del Global Methane Assessment del 2021, incrocia le relazioni tra temperatura, precipitazioni, concentrazione di anidride carbonica e livelli di ozono per stimare gli effetti sulle rese agricole. In base a questo modello, i fattori che influiscono maggiormente sulle colture sono temperatura e ozono. Al contrario, le variazioni di precipitazioni e di CO2 hanno un impatto marginale, e questo conferma i risultati di diverse analisi precedenti pubblicate in letteratura scientifica.
Il report mette in evidenza alcuni elementi da tenere in considerazione. L'agricoltura ha un impatto contenuto sul PIL dei paesi a reddito più alto, Europa compresa. Inoltre, il danno reale ai raccolti è probabilmente sottostimato, perché il modello considera l'effetto dell'ozono solo su quattro colture di base, mais, riso, soia e frumento, escludendo altre coltivazioni sensibili a questo inquinante. Mancano inoltre gli effetti della riduzione dei precursori dell'ozono diversi dal metano, e non viene considerato l'impatto dell'ozono sulla qualità del foraggio destinato al pascolo, un fattore che può incidere anche sulla produttività zootecnica. Evidenze più recenti, richiamate nello stesso report, suggeriscono che questo approccio possa sottostimare perdite sostanziali di produttività alimentare legate al cambiamento climatico.
I possibili rimedi
Tra le 25 soluzioni integrate individuate dal report, una riguarda direttamente le pratiche agricole: la prevenzione della combustione dei residui colturali, un fenomeno che in molte regioni del mondo contribuisce in modo significativo alle emissioni di particolato fine, carbonio nero e precursori dell'ozono. Peraltro è un rischio che accomuna le quattro grandi economie (Cina, India, Messico e Nigeria) a cui il report dedica dei capitolo specifico, visto che insieme riuniscono circa 3,2 miliardi di persone. La loro esperienza inotre può orientare le politiche di intere regioni
La combustione incontrollata dei residui colturali resta una delle principali fonti di inquinamento atmosferico legato all'agricoltura, mentre le emissioni di metano da allevamento e gestione dei rifiuti organici continuano a rappresentare un ostacolo strutturale alla transizione. Il rapporto sottolinea come esistano già esperienze concrete di gestione alternativa dei residui agricoli, dalla creazione di mercati per la biomassa destinata al recupero energetico ai sistemi di gestione in loco che evitano la combustione a cielo aperto. Inoltre, è fondamentale ridurre le emissioni di metano legate alla fermentazione enterica del bestiame e agli allevamenti, e di integrare la gestione dei rifiuti organici in un'ottica di economia circolare applicata al settore primario.
I paesi in via di sviluppo tuttavia devono superare degli ostacoli in più. Scontano, infatti, costi di finanziamento delle tecnologie pulite più elevati rispetto alle economie avanzate. E devono superare delle barriere tariffarie che rallentano l'adozione di soluzioni integrate su clima e qualità dell'aria, un nodo che il report indica come prioritario per accelerare la diffusione delle 25 soluzioni su scala globale.