Istat: l'Italia va verso le coltivazioni ad alta specializzazione, ma abbandona frutta e olio d'oliva
agricoltura
4 Settembre 2026

L’Italia ha l’8,7% della superficie agricola utilizzata dell’Unione europea ed è quinta dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia. Ha un peso elevato nella produzione di nocciole, riso, frumento duro, pomodoro in piena aria e soia, ma perde terreno su mais (la produzione è pressoché dimezzata) e olio di oliva (-37,6%). Nel caso dell'olio, oltretutto, il nostro Paese importa una volta e mezza la quantità che produce. È quanto emerge dall'analisi dell'Istat "Produzioni agricole e zootecniche - Anno 2025", che fotografa un ventennio (2006-2025) di profondi cambiamenti per la nostra agricoltura. Le aziende infatti sembrano essersi concentrate sulle coltivazioni ad alta specializzazione, mentre stanno abbandonando quelle meno redditizie o più esposte alla concorrenza estera.

Seminativi in ritirata

Il mais è tra le coltivazioni che hanno subito i tagli più drastici: tra il 2006 e il 2025 la superficie coltivata si è dimezzata (-51,2%) e la produzione è scesa del 42,7%. La resa per ettato tuttavia è cresciuta del 17,4%, e

questo indica che la coltura si sia concentrata nelle aree più produttive. Ancora più drastico il crollo della barbabietola da zucchero, che ha perso il 79,5% della superficie e l'80,8% della produzione. Soffrono anche l'avena (-39,1% di superficie, -43,4% di produzione) e l'orzo (-31,2% e -34,9%).

Il frumento duro, coltura chiave per l'industria della pasta con oltre 1,1 milioni di ettari coltivati, registra una flessione più contenuta di superficie (-15,5%) e produzione (-9,3%), mentre il frumento tenero perde più in produzione (-21,4%) che in superficie (-12,3%), con una resa in calo del 10,4%. Nel complesso, le 18 principali specie seminative occupano oggi il 35,7% della superficie agricola in produzione, contro il 40% del 2006.

All'opposto, crescono con decisione gli erbai monofiti (+97,1% di produzione), la soia (+94,6%), il mais ceroso (+46,0%) e le leguminose (+34,7%): un trend dovuto alla crescente domanda di proteine vegetali per i mangimi e alle strategie europee di riduzione della dipendenza dalle importazioni. Sul fronte delle rese, spiccano i progressi del girasole (+24,9%), del pomodoro in piena aria, passato da 508,4 a 602,5 quintali per ettaro (+18,5%), della patata comune e della stessa soia.

Secondo l'Istat, nell'arco dei vent'anni queste coltivazioni hanno vissuto due fasi distinte: fino al 2016 le produzioni cerealicole hanno vissuto oscillazioni annuali molto forti, legate alla volatilità dei prezzi e alla concorrenza internazionale; dal 2017 le fluttuazioni si sono attenuate, pur restando la tendenza alla contrazione, con lievi segnali di ripresa nel 2025 per frumento duro e mais.

Trend negativo anche per la frutta

Anche il comparto frutticolo, che pesa per il 4,1% della superficie agricola in produzione, mostra una prevalente tendenza al ribasso: la produzione cala in 11 specie su 14. La pericoltura è la più penalizzata, con un crollo della produzione del 60,6% e della superficie del 52,8%. Soffrono anche pesca (-40,7% di produzione) e nettarina (-43,5%), sebbene entrambe registrino un aumento della resa per ettaro. In calo pure la nocciola (-30,3% di produzione, a fronte però di una forte crescita delle superfici), la mandorla (-29,7%) e l'arancia (-23,7%).

Controcorrente vanno clementine (+20,3%), kiwi (+17,8%) e soprattutto mela, che nonostante una superficie ridotta del 10,6% vede crescere sia la produzione (+13,2%) sia la resa, balzata da 345,6 a 437,8 quintali per ettaro (+26,7%): un risultato che riflette l'elevata specializzazione della melicoltura italiana, concentrata nelle regioni del Nord.

L'Istituto di Statistica sottolinea anche il peso crescente della concorrenza estera: le specie fruttifere più in difficoltà sul mercato interno sono proprio quelle che hanno registrato i maggiori aumenti delle importazioni, con punte del +413,6% per la pesca e del +199,1% per la pera. Per mandorla e nocciola, nel 2025 i volumi importati hanno quasi raggiunto i livelli della produzione nazionale. Il caso della nocciola è particolare, nonostante l'Italia sia il maggiore produttore dell'Ue con oltre il 75% dell'intera produzione,  non riesce a soddisfare la richiesta delle industrie dolciarie nazionali. Di conseguenza è costretta a importare da Turchia in primis, ma anche Cile, Georgia, Azerbaigian e Stati Uniti.

Tiene il vino, arretra l'olio

Vite e olivo restano le colture identitarie dell'agricoltura italiana, con il 15% della superficie coltivata nazionale. La produzione di uva cala "solo" dell'8% in vent'anni, grazie alla tenuta dell'uva da vino (-2,1%), mentre l'uva da tavola arretra del 35,1%. Il vino, di conseguenza, mostra una contrazione contenuta: dai 49,6 milioni di ettolitri del 2006 ai 47,8 milioni del 2025, con oscillazioni annuali marcate e un'espansione delle esportazioni, che nel 2025 assorbono il 44% della produzione non esportata, contro il 39,9% del 2006.

Ben più severo il calo dell'olio di oliva, sceso del 37,6%, da 603,3 a 378,6 milioni di litri, dovuto quasi esclusivamente al crollo della resa per ettaro (-26,1%), riconducibile a fattori climatici, sanitari e gestionali. Il dato più significativo riguarda però gli scambi con l'estero: nel 2025 solo il 21,4% della produzione nazionale di olio è destinato al mercato interno, mentre il fabbisogno domestico viene coperto con 565 milioni di litri di olio importato, una quantità pari a una volta e mezza l'intera produzione italiana. Vent'anni fa il rapporto tra import e produzione nazionale era di 1 a 1: la dipendenza dall'estero, avverte l'Istat, è quindi cresciuta in modo sensibile.

Allevamenti, esplodono i bufalini

Per quanto roguatrda la zootecnia, il numero dei capi allevati è in calo per tutte le principali specie, con l'eccezione dei bufalini (+92,6%, si partiva però da una base molto bassa) e dei caprini (+3,4%). Il crollo più marcato riguarda gli ovini (-28,1%), seguiti da suini (-15,6%) e bovini, scesi da 6,1 a 5,4 milioni di capi (-12,2%). Una flessione, spiega l'Istat, non riconducibile solo al calo dei consumi di carne, ma anche a una progressiva riorganizzazione del settore, tra costi di gestione più alti, normative sulla sostenibilità e emergenze sanitarie come l'influenza aviaria.

La contrazione degli allevamenti si riflette direttamente sulle macellazioni. Il peso morto delle carni bovine e bufaline è sceso da 11,1 a 6,6 milioni di quintali (-40,9%), mentre il comparto ovicaprino ha perso oltre la metà del peso morto macellato (-56,2%). Di segno opposto la dinamica del pollame, vero protagonista della trasformazione dei consumi alimentari: le macellazioni di capi avicoli sono cresciute del 53%, passando da 407mila a 623mila capi, con un balzo del peso morto dell'89,4% per polli e galline. Cresce anche la dipendenza dall'estero per le carni rosse: nel 2025 le importazioni pesano per il 25,3% sulla produzione nazionale non esportata, contro il 19,3% del 2006.

Nonostante il calo dei capi bovini, la filiera del latte risulta in forte crescita. Nel 2024 (ultimo dato disponibile) sono stati raccolti in Italia 138,4 milioni di quintali di latte, il 27,2% in più rispetto al 2006. La crescita è interamente attribuibile alla maggiore produttività per capo, salita da 58 a 86,2 quintali (+54%), grazie a selezione genetica e innovazione nell'alimentazione degli animali. Tra i derivati, aumentano formaggi (+17,7%) e crema da consumo (+18%), mentre calano burro (-21,3%) e latte fermentato (-11,6%).

Il confronto con l'Ue

Nel 2025 l'Italia detiene l'8,7% della superficie agricola utilizzata dell'Unione europea, quinta dietro Francia, Spagna, Germania e Polonia. Il suo peso relativo del nostro Paese resta determinante in una serie di produzioni: la nocciola italiana rappresenta il 75,2% di quella europea, il riso il 52,8%, il frumento duro il 43,2%, il pomodoro in piena aria il 42,1%, la soia il 37,9%, l'uva il 33,2% e l'arancia il 30,5%. 

Il confronto con gli altri grandi produttori europei, però, non è sempre favorevole: nell'ultimo decennio l'Italia ha perso terreno più della media Ue in sette colture su nove tra quelle che disponevano di una superficie di almeno 100mila ettari. I cali di produzione più marcati hanno interessato frumento duro, mais, frumento tenero, orzo, soia, girasole e olive. Bilancio in parte migliore per riso e uva: il trend è sempre negativo, ma le contrazioni sono inferiori alla media continentale. Nello stesso periodo, Germania e soprattutto Polonia hanno invece messo a segno una crescita produttiva diffusa, ampliando il divario con l'Italia in alcune di queste colture.

Questo scarto negativo, insieme ai dati sulle superfici coltivate, porta a credere tuttavia che l'agricoltura italiana non stia rallentando, ma stia attraversando una ristrutturazione più profonda rispetto ai principali partner europei: le aziende abbandonano più rapidamente le colture meno redditizie o più esposte alla concorrenza estera, concentrando risorse e superfici su un numero ristretto di produzioni ad alta specializzazione, come dimostrano i casi di mais, mela e pomodoro, dove alla contrazione delle superfici si accompagna un aumento della resa per ettaro.