Istat: in Italia sempre meno aziende agricole ma, almeno al Nord, più tecnologiche
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27 Luglio 2026

Sono ancora poche le aziende agricole italiane che hanno un capo molto giovane, e anzi il numero si è ridotto nel corso degli anni, passando dall’8,4% del 2010 al 7,9% del 2023. C’è però una forte crescita dei capi di azienda con diploma quinquennale o laurea, si sale dal 24,0% del 2010 al 36,4% del 2023. Ed è in forte crescita anche la quota di aziende agricole informatizzate: dal 3,8% del 2010 al 18,5% nel 2023. Ma quest’ultimo processo riguarda principalmente Nord e Centro Italia, al Sud la quota si attesta al 6,7%. È quanto emerge dal focus Struttura produttiva, pratiche gestionali e forza lavoro delle aziende agricole riferito ai dati del 2023, appena pubblicato dall’Istat.

Gli highlights

Il focus evidenzia che il numero di aziende agricole attive in Italia è pari a 1.130.358 unità, sostanzialmente stabile rispetto al 2020 (1.133.023 unità), ma in significativa riduzione rispetto al 2010 (-30,3%). La Superficie agricola utilizzata (SAU) è pari nel 2023 a 12,3 milioni di ettari, in diminuzione sia

rispetto al 2020 (-1,9%) sia al 2010 (-4,4%). La dimensione media aziendale decresce nei tre anni (10,9 ettari contro 11,1), risultando massima nel Nord-ovest (15,9 ettari) e minima al Sud (7,3). Nel 2023 scende al di sotto della metà (48,8%) la quota di aziende i cui conduttori coltivavano terreni esclusivamente di proprietà (73,3% nel 2010).

Tra il 2010 e il 2023, l’uso della superficie agricola si è spostato a favore dei seminativi, il cui peso è cresciuto dal 54,7% al 57,1%. Al contempo, sono i prati e pascoli ad aver ceduto quote di terreno (il loro peso è sceso dal 26,8% al 24,0%). Nel triennio dal 2020 al 2023, è inoltre cresciuta la percentuale di aziende con più di tre coltivazioni diverse (dal 16,2% al 17,9%). Nel 2023, le superfici agricole utilizzate irrigabili sono pari a 3,57 milioni di ettari, in diminuzione rispetto ai 3,75 milioni del 2010, ma la quota di SAU irrigabile sul totale si mantiene stabile (dal 29,2% al 29,1%). Si rileva invece una flessione, diffusa a livello territoriale, della quota di SAU effettivamente irrigata rispetto all’irrigabile (dal 64,5% al 61,3%).

Cresce dal 73,9% nel 2010 all’81,5% nel 2023 la quota di aziende che dichiarano di avere ricavi derivati dall’attività agricola (vendita di prodotti, attività connesse, sussidi): nel triennio 2020-2023, la percentuale di aziende che praticano almeno un’attività connessa alla principale è passata dal 5,8% al 6,0%. L’attività connessa più remunerativa è l’agriturismo (come hanno indicato il 35,6% delle aziende agricole), seguito dal contoterzismo con mezzi propri dell’azienda (11,9%).

Nel 2023, le aziende agricole occupano 2,5 milioni di persone, con una flessione del 35,6% rispetto al 2010. Mentre i lavoratori familiari sono diminuiti del 75,3%, i non familiari sono cresciuti del 10,8%. I lavoratori stranieri sono il 14,5% del totale, nel Nord-est la quota più elevata (24,5%).

Superfici agricole in diminuzione e sempre meno proprietari della terra

Nel 2023, il numero di aziende agricole attive è pari a 1.130.358, poco al di sotto del numero di aziende agricole attive misurate con il settimo Censimento dell’agricoltura, riferito al 2020 (1.133.023). Rispetto al 2010, il numero di aziende agricole attive ha registrato una forte contrazione, pari al 30,3%. La Superficie agricola utilizzata (SAU) è risultata pari a 12,3 milioni di ettari, in diminuzione rispetto ai 12,5 milioni di ettari del 2020 (-1,9%) e ai 12,9 milioni del 2010 (-4,4%), mentre la Superficie agricola totale (SAT) si è attestata sui 15,9 milioni di ettari. Per effetto di tali dinamiche, nel 2023 la SAU media per azienda è di 10,9 ettari, in leggera flessione rispetto agli 11,1 ettari del 2020 ma in forte crescita rispetto ai 7,9 ettari del 2010. Per il complesso dei Paesi dell’Ue si rileva, nel 2023 rispetto al 2020, una flessione della SAU dello 0,7%, più contenuta rispetto alla diminuzione registrata in Italia. 

Nel corso dei 13 anni trascorsi dal 2010, le aziende agricole sono sensibilmente diminuite in ogni area geografica, mentre in termini assoluti la SAU è diminuita soprattutto nel Sud (passando dai 3,6 milioni di ettari del 2010 
ai 3,3 del 2023) e nel Nord-ovest (da 2,1 a 1,9 milioni), mentre il Centro è passato da 2,2 a 2,1 milioni di ettari. La perdita di SAU nel Nord-est è stata contenuta (42mila ettari), mentre nelle Isole i livelli del 2023 sono rimasti simili a quelli del 2010. 

Nel 2023 la dimensione media aziendale si mantiene più elevata nel Nord-ovest (15,9 ettari), anche se la crescita maggiore rispetto al 2010 si registra nelle Isole (da 9,1 ettari a 13,5), seguite dal Nord-est (da 9,8 a 13,1 ettari). Il Sud resta ancora su livelli dimensionali medi piuttosto bassi (7,3 ettari), anche a causa di una crescita contenuta rispetto al 2010 (solo 2,2 ettari medi per azienda in più). L’agricoltura italiana è sempre meno caratterizzata dalla coltivazione di terreni di proprietà. Infatti, mentre nel 2010 le aziende agricole i cui conduttori coltivavano terreni esclusivamente di proprietà erano quasi i tre quarti del totale (73,3%), nel 2023 tale quota è scesa a meno della metà (48,8%), con una forte diminuzione anche rispetto al 2020 (58,7%). Nello stesso periodo, anche la percentuale delle superfici di proprietà è diminuita (dal 45,4% del 2010 al 30,3% del 2023).

Allo stesso tempo, cresce il peso relativo di tutte le altre forme di conduzione, tra cui emergono “Proprietà ed affitto” (16,4% delle aziende e 27,8% delle superfici), “Solo affitto” (11,9% delle aziende e 18,7% delle superfici) e “Proprietà e uso gratuito” (11,1% delle aziende e 7,0% delle superfici). Il solo uso gratuito incide per il 5,9% delle aziende ed il 3,9% delle superfici. Si assiste, quindi, ad una ridistribuzione dei terreni agricoli a favore di utilizzatori non (del tutto) proprietari. 

Più seminativi, meno prati e pascoli

Tra il 2010 e il 2023, l’uso della superficie agricola si è spostato a favore dei seminativi, il cui peso è cresciuto dal 54,7% al 57,1%. A fronte della stabilità delle legnose agrarie (il cui peso è cresciuto di 0,4 punti percentuali), sono i prati e pascoli ad aver ceduto quote di terreno, così che il loro peso relativo è sceso dal 26,8% del 2010 al 24,0% del 2023. 

Tali tendenze derivano dalla progressiva contrazione del numero di capi di bestiame allevati, dalla possibilità di diversificare e alternare le colture seminative riducendo così i rischi derivati dalle monocolture e dai cambiamenti climatici e dal fatto che le coltivazioni legnose, per la loro natura, mostrano cambiamenti nel tempo più lenti rispetto alle altre tipologie di coltivazioni. La flessione di prati e pascoli – e la conseguente crescita dei seminativi – è molto più marcata nel Centro-Nord, mentre le Isole sono in controtendenza, manifestando stabilità dei seminativi (+0,2) e una flessione delle coltivazioni legnose (-1,2%) a favore di prati e pascoli (+1,0%).

La progressiva riduzione del numero dei capi allevati sta comportando la diminuzione anche del numero di aziende che allevano, la cui quota percentuale sul totale delle aziende agricole (17,1% nel 2023), pur risultando in crescita rispetto al 2010 (13,4%) resta in contrazione rispetto al 2020 (18,9%). Tale dinamica caratterizza ogni ripartizione geografica, ad eccezione delle Isole, che nello stesso periodo registrano una crescita progressiva (dal 12,8% nel 2010 al 20,8% nel 2023). 

Nel 2023 risulta inoltre in calo, rispetto al 2020, la specializzazione, ossia la quota relativa di aziende esclusivamente zootecniche (senza coltivazioni): era del 57,9‰ nel 2020, scende al 36,2‰ nel 2023. La flessione rispetto al 2020 caratterizza ogni ripartizione, soprattutto le Isole. Tra le possibili motivazioni della riduzione delle aziende a specializzazione zootecnica esclusiva troviamo: gli elevati costi di gestione (con la necessità di introdurre tecnologie avanzate ad elevato costo iniziale), la riduzione della domanda finale, la concorrenza internazionale e la scomparsa di molte aziende prevalentemente di autoconsumo. 

Si sta inoltre verificando una flessione della dimensione produttiva media delle aziende zootecniche: il numero medio di Unità di bestiame adulto (UBA) per azienda zootecnica risulta in decrescita tra il 2010 (45,8 UBA) e il 2023 (42,1), con il 2020 attestato su 43,7. Tale tendenza caratterizza soprattutto il Nord-ovest, che passa dalle 83,3 UBA del 2010 alle 74,9 del 2023, mentre non si verifica al Sud (stabile, da 23,8 a 24,0); le altre ripartizioni geografiche registrano flessioni.

Un ulteriore indicatore di despecializzazione nella coltivazione agricola si basa sul conteggio delle specie vegetali diverse coltivate dalle aziende con coltivazioni. In linea generale, una maggior diversificazione delle colture può ridurre l’esposizione aziendale ai rischi derivati dai cambiamenti climatici e alle fluttuazioni della domanda e dei prezzi, oltre che favorire la biodiversità e, più in generale, la sostenibilità. Nel 2023, la percentuale di aziende che praticavano una sola coltivazione è del 39,2%, in flessione rispetto al 41,7% del 2020, mentre le aziende con più di tre coltivazioni sono il 17,9%, in crescita rispetto al 16,2% del 2020.

Cala la percentuale di superfici irrigate 

Nel 2023, le Superfici agricole utilizzate irrigabili sono pari, in termini assoluti, a 3,57 milioni di ettari, in diminuzione rispetto ai 3,75 milioni del 2010. Se da un lato tale flessione può riflettere quella della SAU, dall’altro non trova conferma in ogni ripartizione geografica, dato che nel Nord-est risulta lievemente in crescita. Nel complesso, la percentuale di SAU irrigabile rispetto alla complessiva si mantiene stabile (dal 29,2% al 29,1%). Più netta è la flessione registrata dalla percentuale di SAU effettivamente irrigata rispetto all’irrigabile, diminuita dal 64,5% del 2010 al 61,3% del 2023, tendenza a livello nazionale che trova conferma in ogni ripartizione geografica. Nel 2023 le differenze territoriali nella percentuale di superfici irrigate restano elevate, dato che si passa dal 40,7% del Centro al 79,3% del Nord-ovest, con il Sud su livelli superiori al Nord-est (60,6% contro 52,9%). 

Nel 2023, le superfici irrigate con fonti idriche alimentate da autoapprovvigionamento rappresentano solo il 36,4% del totale delle superfici irrigate, in flessione rispetto al 40,6% del 2010. Tale quota è molto più elevata nel Centro (69,1%) e nel Mezzogiorno rispetto al Nord, in cui tocca il livello minimo nel Nord-ovest (28,9%), che peraltro è l’unica area geografica a registrare una crescita rispetto al 2010. Nello stesso arco temporale, è in forte crescita la quota di superfici irrigate alimentate da reti di distribuzione (dal 55,7% al 61,3%), evidenza che caratterizza ogni ripartizione ad eccezione del Nord-ovest, a cui spetta anche nel 2023 la percentuale più elevata (69,8%). Restano marginali i casi di alimentazione idrica da altre fonti: 2,3%, peraltro in flessione rispetto al 2010 (3,7%).

In crescita le aziende con ricavi e con attività connesse

Nel 2023 continua il trend di crescita della percentuale di aziende che dichiarano di ottenere ricavi derivanti dall’attività agricola: erano il 73,9% nel 2020, sono l’81,5% nel 2023. Rispetto al 2020, la quota relativa delle aziende di mercato cresce in ogni ripartizione geografica, in particolare nel Centro (dove passa dal 67,0% all’81,8%). Nello stesso arco temporale, tra le fonti di ricavo cresce l’importanza delle attività connesse a quella principale (dall’1,0% al 2,7%), mentre il 61,3% dei ricavi deriva dalla vendita di prodotti aziendali e il restante 36,0% da sussidi. Le attività connesse rivestono un’importanza relativa molto più elevata nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno, con il picco del Nord-ovest (5,2%).

Un ulteriore segnale di crescita della diversificazione dell’offerta di prodotti e servizi gestita dalle aziende agricole è l’aumento della percentuale di aziende che praticano almeno un’attività connessa rispetto a quella principale di tipo agricolo, passata dal 5,8% del 2020 al 6,0% del 2023 (era 4,7% nel 2010). Si tratta tuttora di una quota bassa, sintesi di dinamiche territoriali eterogenee, dato che risulta in flessione sia nel Sud che nelle Isole. Considerando ora le specifiche tipologie di attività connesse, sono in crescita soprattutto le aziende che producono energia da fonti rinnovabili (passate in soli tre anni dallo 0,9% all’1,2%, ma stabili nel Mezzogiorno), così come quelle che praticano agriturismo, fattoria didattica o agricoltura sociale (da 2,3% a 2,5%). Anche l’insieme delle “altre attività connesse” è in espansione (dal 2,6% al 2,8%), così come il contoterzismo (+0,1 punti percentuali).

La propensione a praticare specifiche attività connesse è strettamente legata alla capacità di generare ricavi utili a integrare e ampliare quello derivante dalla sola attività agricola. Nel 2023, l’agriturismo si conferma di gran lunga l’attività connessa più remunerativa in ogni area geografica, risultando tale per il 35,6% delle aziende con attività connesse, con il picco del 52,2% del Centro. Se si considera l’insieme delle attività connesse considerate più remunerative, ad esclusione degli agriturismi e delle “altre attività”, si rilevano a livello territoriale diversi modelli di specializzazione. Nel Nord prevalgono le energie rinnovabili e la sistemazione di parchi e giardini (attività nei primi tre posti per il 18,2% delle aziende nel Nord-est e per il 25,5% per quelle nel Nord-ovest), nel Mezzogiorno sono molto più radicate le attività di trasformazione dei prodotti vegetali e animali e il contoterzismo (che nel Sud sono ai primi tre posti per il 39,2% delle aziende con attività connesse), il Centro vede primeggiare, dopo gli agriturismi, il contoterzismo (12,9%).

Capi azienda più istruiti ma sempre meno giovani

Il profilo del capo azienda può essere analizzato principalmente sulla base di tre caratteristiche: genere, età e titolo di studio. Tali caratteristiche seguono nel periodo 2010-2023 percorsi evolutivi piuttosto differenti, anche in considerazione delle diverse dinamiche demografiche, economiche e sociali. In merito al genere, la quota di donne capo azienda nel 2023 è in lieve crescita rispetto al 2010 (32,9% contro 31,5%). La crescita caratterizza ogni ripartizione geografica, raggiungendo il livello più alto (37,3%) nel Sud (era 36,0% nel 2010) ed il minimo nel Nord-est (23,3%). 

Se circa un capo azienda su tre è donna, l’incidenza dei giovani si attesta su livelli molto più bassi: solo 7,9% nel 2023, in flessione rispetto all’8,4% del 2010. Tale flessione si verifica in ogni area geografica, ad indicare la persistenza di un problema strutturale che, tra le altre cause, deriva anche dall’incertezza dei ricavi attesi (dovuta a sua volta dalla concorrenza dei mercati esteri e dai mutamenti climatici), dalla lentezza del ricambio generazionale in agricoltura e dalla necessità di forti investimenti iniziali per adeguare i sistemi di gestione a pratiche più moderne e sostenibili.

È in forte crescita la percentuale di capo azienda con diploma quinquennale o laurea, passata dal 24,0% del 2010 al 36,4% del 2023 (nel 2020 la quota era del 34,4%). La crescita caratterizza tutte le aree geografiche, tra cui alle Isole spetta il livello più elevato (40,5%) e al Nord-est quello più basso (31,2%). Cresce anche la quota relativa di capo azienda con titolo di studio ad indirizzo agrario (diploma o laurea), che risulta quasi triplicata (dal 4,2% all’11,3%) e che tocca il massimo proprio nel Nord-est (19,0%), l’area con la quota più bassa di capo azienda diplomati o laureati.

Nel 2023 un capo azienda su cinque ha dedicato del tempo ad attività extra-aziendali (il 20,1%). In particolare, il 15,2% dei capo azienda ha dedicato a tali attività un tempo maggiore rispetto a quello impiegato per le attività aziendali. Tali quote decrescono al crescere della dimensione aziendale: nelle aziende “grandi” (oltre 50 ettari di SAU) la percentuale di capo azienda con attività extraaziendali scende al 17,8% e quella di chi ha dedicato un tempo maggiore rispetto alle attività aziendali è meno della metà rispetto alla media generale (7,3%). Mentre la propensione a svolgere attività extra-aziendali è più bassa nel Nord-ovest (18,0%), raggiunge la quota più elevata nel Nord-est (23,6%). 

Cresce la forza lavoro non familiare

La flessione del numero di persone occupate nelle aziende agricole verificatasi tra il 2010 e il 2023 riflette la contrazione del numero di aziende agricole attive, ma dipende anche dalla riduzione della forza lavoro media aziendale. Nel 2023, le aziende agricole occupano 2,49 milioni di persone (erano 3,87 milioni nel 2010), con una perdita del 35,6% della forza lavoro, questa decrescita è confermata, anche se in misura più attenuata, dalla diminuzione delle ore lavorate (-9,4% tra il 2010 e il 2023). 

Nel tempo cambia anche la composizione interna della forza lavoro. Nell’arco di 13 anni il peso relativo della forza lavoro non familiare risulta quasi raddoppiato (dal 24,2% al 41,7%), più per effetto del crollo della manodopera familiare (da 33,9% a 13,0%, con una perdita di tre familiari su quattro) che non per la crescita dei lavoratori non familiari (+10,8%). Nello stesso periodo scende anche la componente femminile, che passa dal 38,4% al 30,5%. In chiave geografica, cresce il peso relativo della forza lavoro che opera nel Centro-Nord (che passa dal 40,1% al 45,0%), a scapito del Mezzogiorno. 

Nel 2023 la dimensione occupazionale media di un’azienda agricola si attesta su 2,2 persone, in flessione rispetto alle 2,4 del 2010 ed è più elevata nel Nord-est (2,7) e minima nel Centro (2,0). Rispetto al 2010 risulta in maggiore flessione nel Centro-Sud rispetto al Nord. La percentuale di persone occupate straniere si attesta sul 14,5%, in forte espansione rispetto al 2010 (6,2%). I lavoratori stranieri sono quasi uno su quattro nel Nord-est (24,5%) e sono presenti con quote molto più elevate nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno, dove mediamente sono meno di uno su 10 (9,7% nel Sud e 9,2% nelle Isole).

Macchinari e informatizzazione in crescita ma non nel Sud

Nel 2023 poco meno di tre aziende su quattro (il 73,3%) hanno dichiarato di aver utilizzato almeno una tipologia di macchinario per la produzione agricola. La tipologia più utilizzata include i trattori e le macchine per la lavorazione del terreno (72,0% delle aziende), meno utilizzate sono seminatrici, piantatrici e macchine per distribuire fertilizzanti e fitosanitari (47,0%). L’89,0% delle aziende che usa macchinari ne è anche proprietario. La propensione all’uso di macchinari – così come il possesso dei macchinati utilizzati – cresce al crescere della dimensione delle superfici trattate, dato che risulta piuttosto bassa nelle aziende piccole (68,3%), mentre sale all’88,3% in quelle medie e al 90,3% in quelle grandi. Il Mezzogiorno si attesta su livelli medi perfino più bassi del complesso delle aziende piccole: 65,9% nel Sud e 60,3% nelle Isole, a fronte del picco dell’88,2% nel Nord-est.

Continua la crescita del numero di aziende agricole informatizzate. Nel 2023, sono il 18,5% del totale, rispetto al 15,8% del 2020 e al 3,8% del 2010. Tuttavia, il differenziale che penalizza il Sud non diminuisce e sta persino crescendo: in tale area, nel 2023 la quota di aziende informatizzate resta quella del 2020 (6,7%), a fronte del 42,4% del Nord-est, del 38,9% del Nord-ovest, del 19,5% del Centro e del 9,5% delle Isole (peraltro in flessione rispetto al 2020). L’attività più frequente per la quale si utilizza software è data dalla contabilità e dalla gestione di servizi amministrativi (11,9% delle aziende, in crescita rispetto all’11,5% del 2020), seguita dalla gestione delle coltivazioni (5,4% rispetto al 4,5% del 2020), dalla gestione delle attività connesse (3,8%, in crescita rispetto al 2,5% del 2020) e dalla gestione degli allevamenti (3,6%, anch’essa in crescita rispetto al 2,8% del 2020). Il peso relativo delle varie attività è sostanzialmente stabile al variare dell’area geografica, ad eccezione della gestione degli allevamenti (meno frequente nel Centro-Sud).