FAO: la sostenibilità degli allevamenti misti
allvamento
22 Settembre 2026

I sistemi integrati coltura-allevamento, quelli in cui coltivazioni e allevamento convivono nella stessa azienda, sono gli unici a contribuire contemporaneamente a tutte e tre le dimensioni della sostenibilità - ambientale, sociale ed economica - oltre che alla resilienza dei sistemi agroalimentari e alla bioeconomia. I sistemi ad alto impiego di input esterni, come gli allevamenti intensivi, ricevono invece maggiore sostegno proprio in virtù del loro peso economico più consistente. I sistemi basati sul pascolo, dal canto loro, si distinguono per il contributo alla sostenibilità ambientale e sociale e alla resilienza, ma pesano meno sulla stabilità economica rispetto alle altre filiere zootecniche.

È quanto emerge dalla terza edizione del report della FAO, "Il contributo del settore zootecnico alla sicurezza alimentare e ai sistemi agroalimentari sostenibili - Benefici, vincoli, sinergie e compromessi", che indaga sul ruolo dell’allevamento nella sicurezza alimentare, nella nutrizione e nelle diete sane, con l’obiettivo di mettere in evidenza benefici, vincoli, sinergie e compromessi, contestualizzandone la sostenibilità sociale, economica e 

ambientale e valutandone la resilienza e il contributo alla bioeconomia.

Qu, il settore zootecnico deve affrontare più sfide

Nella prefazione al rapporto, il Direttore Generale della FAO QU Dongyu sottolinea come "le numerose razze e specie di bestiame presenti sul nostro pianeta possano prosperare in un’ampia gamma di ambienti, in particolare nelle aree meno adatte o del tutto inadatte alla produzione di colture, e contribuire a un’ampia varietà di diete sane".

Ma per sfruttare appieno questo potenziale, avverte Qu, servono interventi mirati: "Per ottimizzare questo contributo alla salute umana e planetaria, il settore zootecnico deve affrontare una serie di sfide", tra cui deforestazione, uso del suolo e dell’acqua, emissioni di gas serra, competizione tra alimentazione umana e animale, gestione delle mandrie, divari di produttività, equità sociale, salute e benessere animale, resistenza antimicrobica e rischio di malattie zoonotiche e di origine alimentare.

Una crescita quintuplicata dal 1961

La produzione di alimenti animali terrestri (TASF, terrestrial animal food source) è più che quintuplicata dal 1961 a oggi. Una crescita che riflette non solo l’aumento della popolazione mondiale, ma anche la crescente consapevolezza del ruolo di questi prodotti per la sicurezza alimentare e gli obiettivi nutrizionali, fattore che dal 2000 ha spinto al rialzo, seppur partendo da una base contenuta, gli investimenti nel comparto zootecnico.

Sul fronte pubblico, le priorità di investimento riguardano il controllo delle malattie animali, le tecniche di allevamento, la nutrizione animale, il miglioramento genetico e le infrastrutture di ricerca. Gli investimenti privati si concentrano invece sull’aumento della produttività a livello aziendale, in particolare nei sistemi da latte, e sul potenziamento delle infrastrutture. Le tendenze attuali indicano che in futuro l’attenzione si sposterà sempre più sul rafforzamento delle filiere e sull’accesso ai mercati.

La fotografia dei sistemi

I sistemi integrati coltura-allevamento e quelli avicoli valgono ciascuno circa il 30% della fornitura globale di proteine di origine zootecnica. Seguono i sistemi suinicoli, con il 19%, i sistemi di pascolo, con il 12%, e gli allevamenti intensivi, che pur ricevendo il maggior sostegno economico pesano solo per il 3%. I ruminanti forniscono il 26% della produzione mondiale di carne, mentre i monogastrici, come i polli, arrivano al 74%. Nel comparto lattiero-caseario, invece, i bovini dominano nettamente, garantendo l’81% della produzione globale di latte.

Sul piano nutrizionale, gli alimenti animali terrestri rappresentano in media il 33% dell’apporto proteico mondiale, ma con differenze enormi tra le regioni: si va da oltre il 50% in Nord America, Sud America, gran parte d’Europa, Australia e Nuova Zelanda, a meno del 18% in Africa. Un divario che il report collega direttamente alle disparità nella sicurezza alimentare globale.

La domanda crescente di alimenti animali terrestri sta inoltre favorendo l’intensificazione dei sistemi integrati coltura-allevamento e accelerando lo spostamento verso l’allevamento di monogastrici, più efficienti dal punto di vista economico e meno esigenti in termini di uso del suolo - una tendenza rafforzata anche dalla progressiva riduzione della manodopera disponibile nelle aree rurali.

Un settore da 1.800 miliardi di dollari

I numeri confermano il ruolo centrale della zootecnia nell’economia globale: il settore vale il 40% del PIL agricolo mondiale, ovvero circa 1.800 miliardi di dollari in termini assoluti.

Ma non tutto ciò che viene prodotto arriva a destinazione. Il report evidenzia come le perdite di alimenti animali terrestri lungo le fasi di produzione, gestione, stoccaggio e trasformazione siano contenute nei paesi ad alto reddito, mentre risultino elevate nei paesi a basso e medio reddito, con un’incidenza particolarmente critica nell’Africa subsahariana, dove la causa principale è l’alta mortalità animale legata alle malattie.

Un altro elemento su cui il rapporto FAO richiama l’attenzione riguarda gli scambi internazionali: nonostante il peso economico e nutrizionale del comparto, la maggior parte della produzione resta legata ai mercati nazionali e locali. Solo il 15% della carne, il 12% di latte e derivati e appena il 3% delle uova vengono scambiati oltre i confini nazionali, a conferma del ruolo primario dei feedlot e dei sistemi intensivi nell’economia interna piuttosto che nell’export.

Emissioni ed efficienza: non esiste un modello più pulito

Il report non elude il nodo climatico: il settore zootecnico è responsabile del 12% delle emissioni antropiche di gas serra, con i bovini che rappresentano la quota maggiore e il metano enterico come fonte particolarmente rilevante.

A questo proposito la FAO sottolinea che non esiste un modello univocamente "più pulito": la sostenibilità climatica dipende dalla metrica di riferimento scelta, superficie occupata o unità di prodotto. Infatti, i sistemi a basso impiego di input esterni, con densità di allevamento contenute, emettono meno gas serra per unità di superficie; i sistemi ad alto impiego di input esterni, invece, presentano generalmente un’intensità di emissioni inferiore per chilogrammo di prodotto o di proteina grezza. In altre parole,.

Il ruolo nella bioeconomia

Infine, il rapporto sottolinea come l’allevamento possa diventare un tassello chiave della bioeconomia circolare, valorizzando risorse non edibili per l’uomo come mangime e trasformando i propri sottoprodotti in fertilizzanti organici, bioenergia e biomateriali. Una prospettiva che, unita alla crescente attenzione verso sottoprodotti agroindustriali, pascoli e terreni marginali come fonti alternative di alimentazione animale, potrebbe ridisegnare gli equilibri del settore nei prossimi decenni, in un contesto di stabilizzazione dell’espansione dei terreni coltivabili e di contenimento della deforestazione.

Il settore, conclude la FAO, sta attraversando una profonda trasformazione, ed è chiamato a conciliare produttività economica, sicurezza alimentare e sostenibilità ambientale. Questa sfida richiederà scelte diverse a seconda dei contesti geografici ed economici, non esistono soluzioni che si siano rivelate efficaci in qualunque regione.