Finanziati 1,3 miliardi di dollari per contrastare la desertificazione, e un pacchetto di iniziative concrete su finanza climatica, pascoli e resilienza alla siccità. La questione più importante, ovvero l'accordo strutturato sulla gestione proattiva della siccità a livello globale, è stata però rinviata alla prossima Conferenza che si terrà in Egitto nel 2028. E ancora, l'amara constatazione che a fronte dei 355 miliardi di dollari l'anno fino al 2030 che servirebbero per il ripristino dei terreni, ne vengono investiti appena 77. Sono i risultati che hanno raggiunto i 197 Paesi che hanno partecipato alle due settimane di negoziati della Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (COP17) che si è appena conclusa a Ulaanbaatar, in Mongolia.
Per la segretaria esecutiva dell'UNCCD, Yasmine Fouad, Ulaanbaatar è stata comunque "una COP di implementazione", si potrà esprimere un giudizio sulla Conferenza solo osservando i risultati concreti che si raggiungeranno nei prossimi mesi. Sulla stessa linea la presidente della COP17, la ministra degli Esteri mongola Battsetseg Batmunkh, che ha rivendicato il ruolo del proprio
Paese, come lei stessa lo ha definito, di "promesse che diventano attuazione e discussioni che diventano lavoro concreto".
L'eredità della COP17
I governi, insieme a banche di sviluppo, fondi e aziende, hanno annunciato un portafoglio di finanziamenti da 1,3 miliardi di dollari destinati al ripristino dei terreni e alla resilienza alla siccità in 23 Paesi di cinque continenti, di cui 644,5 milioni di dollari sono risorse nuove e 216,4 milioni già confermati e in fase di attuazione.
Il risultato più rilevante della conferenza è però la Rangelands Flagship Initiative, che mette insieme 1,2 miliardi di dollari distribuiti su 45 progetti: si tratta della più grande mobilitazione di risorse mai realizzata per i pascoli nella storia della Convenzione. I pascoli coprono il 54 per cento della superficie terrestre, sostengono circa due miliardi di persone e sono gestiti da circa 500 milioni di pastori.
Sul fronte della finanza è nato anche il Drought Resilience Investment Facility (DRIF), la prima piattaforma finanziaria interamente dedicata alla resilienza alla siccità, creata da UNCCD e Lussemburgo con il sostegno dell'International Drought Resilience Alliance. L'obiettivo è mobilitare fino a 400 milioni di dollari di capitali pubblici e privati per interventi su sicurezza idrica, agricoltura sostenibile, soluzioni basate sulla natura e ripristino dei terreni.
Diventa pienamente operativa la Riyadh Global Drought Resilience Partnership, lanciata alla COP16 dall'Arabia Saudita: la sua prima Assemblea dei partner ha postpo le basi per un fondo comune pensato per sostenere circa 70 Paesi vulnerabili attraverso rafforzamento delle capacità, programmi pronti per l'investimento e finanziamenti dedicati.
Sul piano degli impegni nazionali, il Brasile ha presentato un obiettivo volontario di Neutralità del Degrado del Territorio (LDN) al 2030, articolato in 17 sotto-obiettivi che coprono complessivamente circa 3,67 milioni di km quadrati, tra ripristino della vegetazione nativa, agroforestazione e misure di prevenzione del degrado. L'Asia Centrale, dal canto suo, ha già raggiunto metà dei propri obiettivi LDN, pur avendo oltre 80 milioni di ettari di territorio già degradati, un quarto della superficie regionale, con ricadute su 24 milioni di persone.
I nodi rinviati alla COP18 in Egitto
Non è stata inmvece raggiunta un'intesa definitiva sul tema più delicato, quello della gestione proattiva della siccità a livello globale: le Parti hanno deciso di proseguire le discussioni alla COP18, sulla base dei progressi fatti a COP16 e COP17, con l'obiettivo di arrivare a una decisione operativa. La siccità resterà comunque un punto autonomo all'ordine del giorno di tutte le prossime sessioni ordinarie della Conferenza delle Parti.
Resta aperto, inoltre, il divario tra gli impegni globali sulla terra e le risorse effettivamente disponibili per realizzarli. Secondo i dati presentati in conferenza, servono 355 miliardi di dollari l'anno fino al 2030 per centrare gli obiettivi globali di ripristino dei terreni, a fronte di circa 77 miliardi attualmente investiti: un divario annuo di 278 miliardi di dollari, con la finanza privata che copre solo il 6 per cento circa degli investimenti globali nel settore.
Una nuova architettura finanziaria per la siccità
La COP17 ha inoltre provato a costruire gli strumenti tecnici per rendere più concreti gli investimenti futuri. È stata lanciata la Fase II dell'International Drought Resilience Observatory, che introduce il primo Drought Resilience Index al mondo, un indice pensato per aiutare i governi a valutare la propria capacità di anticipare, prepararsi e adattarsi alla siccità e a indirizzare meglio politiche e investimenti.
Sul fronte della finanza per la terra, il Paese ospitante ha lanciato il primo hub nazionale Business 4 Land (B4L), accompagnato da principi di finanza sostenibile, una tassonomia verde nazionale e un obiettivo del 10% di prestiti verdi entro il 2030. Alla Mongolia si sono affiancate la Russia, con un proprio hub nazionale, il Lussemburgo, al lavoro per una B4L Foundation, e la Germania, che ha sostenuto la creazione di un B4L Finance Expert Group.
Una nuova analisi economica presentata a Ulaanbaatar stima che i pascoli generano tra 21 e 47mila miliardi di dollari l'anno in servizi ecosistemici, una cifra che sfiora quasi la metà del PIL mondiale, grazie a produzione alimentare, gestione idrica, stoccaggio di carbonio e biodiversità. Ogni dollaro investito nel ripristino dei pascoli, secondo lo studio, ne genera in media tra 4 e 6, cifra che può salire fino a 36 se si considerano i benefici pubblici più ampi, come la disponibilità di risorse idriche. Nonostante questo peso economico, i pascoli restano poco presenti nella pianificazione politica: figurano nei piani climatici nazionali di soli 24 Paesi, contro i 181 che citano le foreste.
Popoli indigeni, pastori e comunità locali protagonisti
La COP17 ha segnato anche un passaggio istituzionale importante per la partecipazione dal basso: si sono riuniti per la prima volta il Caucus dei Popoli Indigeni e il Caucus delle Comunità Locali dell'UNCCD, organismi decisi dalle Parti alla COP16 di Riyadh. La conferenza ha registrato inoltre la più ampia rappresentanza di popoli indigeni nella storia delle Conferenze delle Parti della Convenzione, con un evento di alto livello dedicato al legame tra terra e persone, incentrato su conoscenze tradizionali, governance consuetudinaria, pastoralismo sostenibile e accesso diretto ai finanziamenti per le iniziative guidate dalle comunità indigene.
Tra le richieste emerse con più forza durante i lavori figurano il rafforzamento dei diritti fondiari e di mobilità, un accesso diretto ai finanziamenti, una partecipazione più incisiva ai processi decisionali e il riconoscimento delle conoscenze indigene e tradizionali nelle strategie di ripristino dei terreni e resilienza alla siccità. Spazio anche al tema della leadership giovanile e femminile, con appelli a investire sui giovani come futuri protagonisti del ripristino ambientale.
Verso l'appuntamento in Egitto
La prossima Conferenza delle Parti, la COP18, si terrà in Egitto nel 2028 e dovrà misurare i progressi compiuti su ripristino dei terreni e resilienza alla siccità, oltre a chiudere il nodo ancora aperto della gestione proattiva della siccità. Il Paese ospitante ha già indicato la propria priorità: rafforzare la cooperazione internazionale e integrare le politiche su degrado del territorio, cambiamento climatico e perdita di biodiversità, in un'ottica di sicurezza alimentare e idrica.
Per il settore agroindustriale, i segnali che arrivano da Ulaanbaatar vanno in una direzione precisa: crescono gli strumenti di finanza mista, garanzie, capitale di prima perdita e fondi di preparazione dei progetti pensati per trasformare i piani di ripristino dei terreni in investimenti realmente bancabili, aprendo nuovi spazi di collaborazione tra settore pubblico, filiere agricole e investitori privati.